Intervista a Diego Cacchiarelli

Intervista a Diego Cacchiarelli

Un’intervista non solo da leggere ma da assimilare! L’allenatore Diego Cacchiarelli rispondendo alle domande fa emergere, oltre che la sua professionalità, anche la passione per il suo ruolo. Egli sa quanto sia importante confrontarsi (anche tra tecnici!) per far crescere un’atleta. La figura dell’allenatore è importante e delicata; soprattutto per i giovanissimi diventa la carta vincente per smettere o proseguire a giocare! Per far conoscere e crescere la famiglia dei marciatori abbiamo bisogno di tanti tecnici preparati e interessati a questa specialità (l’ultima risposta è molto chiara e purtroppo vera!). Ci auguriamo che questa intervista arrivi agli occhi di molte persone …

Scheda

Nome e Cognome: Diego Cacchiarelli
In quale società allena?
Alleno per più di una società, di fatto sono più un allenatore personale che non di società.
Sede e luogo allenamento:
Di norma si fa base a Macerata dove abito io, però durante la settimana ci si sposta anche a Recanati e Castelfidardo.

Intervista

Da quanti anni svolge l’attività di allenatore?
Sono istruttore (il primo gradino dell’allenatore Fidal) dal 1988. Qualche anno dopo sono diventato allenatore e, dal 1999 sono tecnico nazionale specialista. Quindi fanno 27 anni formali ma anche sostanziali nel senso che ho iniziato ad allenare da subito anche se ho continuato a gareggiare. Di certo mi riesce meglio allenare che fare l’atleta. Diciamo che come marciatore non ho di certo lasciato il segno!

Allena solo la marcia?
No, alleno anche il fondo e mezzofondo e, per una serie di circostanze attualmente seguo anche un paio di saltatori in lungo.

Le tre qualità indispensabili che non possono mancare ad un allenatore.
Personalmente considero l’empatia, la professionalità e l’intelligenza le 3 qualità che possono portare a risultati di grande livello.

La cosa che chiede “in primis” ad un suo atleta.
Se l’atleta punta in alto ed ha più di 16-17 anni, gli chiedo di essere un atleta 24 ore al giorno e non solo nelle ore che dedica all’allenamento. Chi vuole arrivare a certi livelli deve dormire da atleta, mangiare e bere da atleta, studiare e divertirsi da atleta e sicuramente allenarsi da atleta. L’essere umano non è a compartimenti stagni. Tutto influenza ed è influenzato da tutto. Fare l’atleta per le sole 4 ore al giorno di allenamento è come costruire un muro per 4 ore al giorno e dedicarsi alla sua demolizione per le restanti 20 ore!

È cambiata la figura dell’allenatore nel corso degli anni?
Sulla carta c’è più professionalità. Nella realtà, secondo me è cambiato molto poco. Esistono ancora molti, troppi allenatori che incredibilmente sanno tutto ma che altrettanto non-credibilmente rifuggono il confronto con altri tecnici. Ma oggi è più facile imbrogliare perché tra video, tabelle standard e internet, la mediocrità e l’ignoranza si nascondono meglio.

È più difficile lavorare con atleti giovanissimi (alle prime armi) o con quelli che hanno già raggiunto importanti risultati?
Sono modi diversi di allenare, questo è ovvio. Le difficoltà ci sono in entrambe le situazioni. Personalmente reputo molto più difficile lavorare con atleti giovanissimi perché con loro il lavoro muscolare, organico e di costruzione di una base tecnica è estremamente delicato e vario. In questo ambito si possono fare danni enormi. Questo è anche uno dei motivi per cui molti (finti) talenti si perdono per strada. Mi capita spesso di vedere giovani ed inesperti atleti allenati da altrettanto giovani ed inesperti allenatori. Al contrario, devono essere proprio i tecnici più bravi a crescere i giovani per evitare errori grossolani! A questo proposito ricordo che la Fidal nel biennio in cui ho fatto il corso per specialista aveva istituito un corso per tecnico nazionale specialista dedicato esclusivamente al settore giovanile. Fu un successo e i tecnici che l’avevano frequentato mi parlarono molto bene dell’impostazione del corso e delle nozioni ricevute. Però non ho più avuto notizie di iniziative simili.

Quanto incide la figura dell’allenatore sui risultati di un atleta?
Ai miei atleti dico sempre che io e loro puntiamo al medesimo risultato/obiettivo. Cambiano solo i ruoli. Il concetto è quello di un gruppo in cui, se ognuno svolge bene il suo lavoro, il risultato che ne conseguirà sarà di alto livello. Quindi, per rispondere alla domanda e date queste premesse, per me la figura dell’allenatore incide molto sui risultati dell’atleta.

Il segreto per un buon lavoro di squadra?
C’è una frase che di solito viene attribuita a J.F. Kennedy che dice: “a rising tide lifts all boats” ovvero una marea che sale, solleva tutte le barche. In altre parole se si arriva alla comprensione che lavorare con gli altri e anche per gli altri ci aiuta a migliorare, il lavoro di squadra rende tanto e rende a tutti. Il segreto quindi è sostituire le ambizioni personali di ciascuno (tecnico in primis) con questo concetto.

Nella sua carriera di allenatore la soddisfazione più grande?
Potrà sembrare strana come risposta ma la mia soddisfazione più grande è rimanere in contatto con i miei ex atleti. Se rimane il rapporto allora sono certo che per quella persona ho fatto qualcosa di importante per la sua vita come lui l’ha fatta per la mia. Questa è una soddisfazione che mi fa sentire molto meglio di qualsiasi grande risultato.

Come vive le gare dei suoi atleti durante lo svolgimento della competizione?
Sono sempre abbastanza calmo per due motivi. Il primo è perché una gara è comunque una gara e non questione di vita o di morte. Il secondo motivo è che per il ruolo che rivesto, è mio dovere trasmettere sicurezza e tranquillità all’atleta che, già di suo, è un bel po’ agitato. Ovviamente, se serve, la voce si alza di qualche decibel…ma sempre senza offrire spettacoli teatrali di dubbio gusto.

Si considera un allenatore “severo” o “elastico”?
Benigni in un suo film disse “…è serenamente inquieto”. Gli rubo il nonsense e dico che sono severamente elastico.

I suoi prossimi obiettivi?
Essere migliore di ieri, come allenatore e come persona.

Il marciatore che vorrebbe allenare?
Quello che condivide la maggior parte di quello che è ho detto sopra.

Quali sono le difficoltà più grandi che incontra un atleta che pratica la marcia?
Ne incontra davvero tante. Ci sono resistenze di tipo sociale ovvero la particolarità del gesto che imbarazza il giovane marciatore nei confronti dei coetanei che fanno specialità “normali”. C’è poi il problema del regolamento ancora di natura soggettiva che chiaramente mette in difficoltà atleti e tecnici di ogni età e livello. Non ultimo la difficoltà della dilatazione del tempo. Un marciatore che fa un fondo di 35km, realizza un allenamento di più di 3 ore di marcia ininterrotta. Un corridore, per fare lo stesso allenamento ci impiega poco più di 2 ore. Il tempo che la marcia richiede comprime i tempi della giornata e delle relazioni sociali sia in campo che fuori. Insomma la marcia non è per tutti.

Che consigli darebbe a chi ha intenzione di iniziare la marcia?
La specialità è talmente particolare che in realtà sono pochissimi i giovani che di propria iniziativa chiedono di iniziare a praticare la marcia. Per cui i consigli su come avviare alla specialità andrebbero dati ai tecnici delle categorie esordienti e ragazzi che spesso snobbano la specialità rendendola residuale e offribile eventualmente solo a chi non ha qualità evidenti.

Agosto 2015

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